Quando ho detto ad amici e conoscenti che sarei partita per il Messico a fare del volontariato, le reazioni sono state sempre positive. “Brava”, “Che bello!”, “Fai bene!”, mi hanno detto. Il volontariato è spesso percepito come gesto buono e coraggioso, come sacrificio nobile (si donano il proprio tempo e le proprie energie, si fa a meno di eventuali introiti). Aiutare il prossimo è qualcosa di positivo e talvolta ammirevole, ci è stato insegnato, e la maggioranza delle persone si trova d’accordo con queste idee.
Nonostante l’ampio consenso, però, le motivazioni legate al volontariato variano da persona a persona. A livello individuale – e nel mio caso – il desiderio di fare volontariato perde quell’aurea quasi mitica, e nasce da dei bisogni propri: quello di conoscere realtà diverse, meno privilegiate, più difficili, più ostili; quello di contribuire, nel proprio piccolo, a un equilibrio tra più e meno fortunati; quello di crescere come persona, di migliorarsi attraverso l’empatia, la solidarietà, la mano tesa verso il prossimo.
Sul sito internet Twitter, c’è chi scrive, con successo, dei “First World Problems”, i problemi tipici del mondo “sviluppato”. Nonostante il tono ironico di commenti quali “che problema, ho pulito la casa poco prima che arrivasse la domestica”, o “che problema, la batteria del computer è scarica e devo prendere appunti a mano”, la maggior parte di noi – in occidente, in Europa, in Svizzera – si può trovare ad annuire, a capire, a sorridere (o no) pensando “anch’io”.
Mentre noi ci arrabbiamo se il cameriere ci porta la pizza sbagliata, e ci struggiamo perché la parrucchiera di fiducia è andata in pensione, in altre parti del mondo – come Città del Messico – c’è chi lotta per vivere. Ci sono persone che ogni giorno affrontano ostacoli che rendono le azioni più semplici e più scontate una battaglia. Ci sono persone che abbandonate, dimenticate, ammalate, si sforzano per trovare uno squarcio d’indipendenza che tutti apprezziamo; una fettina di felicità che tutti inseguiamo; la dignità che tutti ci aspettiamo. C’è anche chi, come i volontari a Fraternidad Sin Fronteras, si trova nella posizione di poter aiutare altri nel loro cammino. Cosciente delle difficoltà, e delle esperienze positive che mi aspettano, è con gratitudine, modestia e il desiderio di imparare che parto per Città del Messico.
ALESSANDRA